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Martedì, 10 Ottobre 2017 13:11

Unghiasse

Un viaggio può durare mesi, anni. Si possono percorrere chilometri, andare dove qualcuno ti ha detto che avresti trovato qualcosa: risposte, opportunità, soldi. Oppure può durare mezza giornata, o anche meno. Un viaggio può durare una manciata di minuti e una decina di metri percorsi soffiando su un pezzo di roccia. Che, chissà, magari nel granito fiuti proprio ciò di cui avevi bisogno. Noi, a Unghiasse, ci siamo andati proprio per fare questo tipo di viaggio.

Per qualcuno è stato un ritorno non premeditato. Anzi, premeditato a metà. Perché “tornare su a Unghiasse” apparteneva a quella categoria di buoni propositi che uno sa già che non metterà mai in atto, a meno che non succeda qualcosa di grosso, che è proprio quello che ci è capitato. E’ successa una cosa grossa, così grossa che non sapevamo neanche come rispondere. Assieme a delle persone se ne erano andati anche quelli che consideravamo ideali tutto sommato sensati, qualcosa per cui, credevamo, valesse la pena vivere. Come quando stai leggendo un libro e ad un certo punto ti rendi conto di esserti smarrito, ma non ricordi bene a partire da quale capitolo. A quel punto c’è una sola soluzione per riparare i cocci della storia rotta: richiudere il libro e, con un retrogusto agrodolce di melanconia e rimorso, ricominciarlo da capo. 
 Unghiasse è stata la prima pagina del primo capitolo, dove per qualcuno la vita aveva preso una piega differente, o almeno alcuni aspetti di essa. Si erano scoperte linee scalabili ma anche amicizie, qualcuno aveva capito dove volesse andare nella vita e a cosa dare la priorità. Noi ci siamo tornati per dare valore a tante cose, le stesse che in questi mesi erano state accantonate in un angolo a prendere polvere. La gioia di arrampicare, di stare insieme dando sfogo alla propria creatività, poi se questa si manifesta con una macchina fotografica o in una spazzola per pulire un sasso poco cambia. Di vivere piccoli frammenti di vita completamente separati dalla quotidianità, guizzi di roccia e di luce di cui solo noi possiamo quantificare il valore. Tre giorni di isolamento, in cui ad un certo punto da certi fantasmi non puoi più scappare, anzi, alcuni te li portati dietro proprio per dimostrare a te stesso che tutte queste cazzate ti piacciono ancora un sacco. Marzio, nello zaino, si era portato il trapano di Adri: un Makita verde portatore di idee e ricordi come le spade della mitologia anglosassone. Che poi non siamo neanche riusciti ad usarlo perchè le punte erano quelle sbagliate, ma non è quello il punto. Nel vallone le risposte uno non le trova già impiattate. Deve andare a cercarsele ravanando nei rododendri alti più di lui, deve scoprirle in fondo a fessure intasate di erba e terra perché nessun altro ci ha mai messo le mani sopra. Un enorme atelier verde di prato e grigio di gneiss dove dar sfogo alla propria creatività, ecco di cosa si tratta. Bisogna farsi criminali, pirati puzzolenti che agiscono al di fuori degli statuti del mondo e del ben pensare comune, frutto di una società dove per essere rispettabili bisogna avere le scarpe lucide e la testa vuota. Perché essere creativi significa, in una certa misura, essere dei fuorilegge che vanno contro le regole. Lasciare che l’intuito prenda il sopravvento sulla ragione, leggero come una stella cadente, e da lui farci spingere a fare il primo passo all’interno di una caverna buia che crediamo essere piena di mostri. Tanto qui non c’è nessuno a dirti cosa è bene o male, giusto o sbagliato, bianco o nero. Qui ci sono solo un sacco di moscerini che si svegliano affamati al crepuscolo e tende che si accendono di arancione alla notte: per questa volta spetta solo a te scegliere quale strada seguire, anche a costo di sbagliare e sbatterci la testa. Il bernoccolo fa meno male quando te lo procuri da solo. Una piccola bolla di anarchia e autarchia, ecco che cos’è. Dovremmo avercelo tutti, un posto così, dove il telefono non prende e domande e risposte arrivano dalla stessa testa, la tua. Lo sai benissimo che venire qui per scalare era solo una scusa, un po’ come tutte le volte che vai in montagna a fare qualcosa. Lo fai per fare un viaggio alla ricerca di qualcosa di nuovo, perché hai qualcosa dentro che devi sputare fuori, sperando che il fiatone su per il sentiero possa darti una mano. Ti piace quel sasso? Spazzolalo, buttaci un crashpad sotto e scalalo. Quella fessura di venti metri? Va benissimo, portati un mazzo di friend e scalala così, ti toccherà incastrare stringendo i denti perchè all’interno il calcare ha formato quarzi grandi come noci. Puoi anche metterci uno spit, ma per carità, sarebbe un peccato. Piuttosto, piantalo su quella placca improteggibile e arrampica pure lì, è talmente bella che arrivarci in cima risponderebbe prima di tutto a un bisogno di appagamento estetico, porca miseria se è importante l’estetica, e certe volte non è neanche così soggettiva, anzi. Nello zaino ci puoi infilare un libro o una bottiglia di vino, anche una canna se proprio vuoi, tanto lo sceriffo rimane giù a valle. Alla sera puoi scrivere, crollare sporco e sbadigliante nel sacco a pelo o fermarti a parlare ancora un po’ di vita e spettegolezzi. Puoi salire qui per provare a rimettere insieme i pezzi di un cuore infranto o per darti un calcio nel culo per ripartire, o semplicemente per giocare a fare l’esploratore, sentirti un po’ come Bonatti quando andava in mezzo alla giungla sconosciuta per poi scriverne su Epoca. A Unghiasse puoi fare quello che vuoi, è la nostra Libera Repubblica, voluta dagli amici per gli amici.

Last modified on Giovedì, 23 Gennaio 2020 16:27